Alcuni interpretano il fatto che io possieda un cane da traccia, col motivo che tirando con l’arco provoco tanti feriti da dovergli spesso correre dietro.
Nulla di più sbagliato.
Il cane da lavoro mi piace a prescindere. Il lavoro del cane da traccia è entusiasmante e saperlo gestire completa la preparazione di un cacciatore.
È innegabile che possa essere utile, ma esattamente come lo potrebbe essere se io tirassi solo con la carabina.
Soprattutto, possedere il cane da traccia ritengo sia una conferma della consapevolezza dell’atto di prelievo, evidenziando che il recupero del capo è una priorità.
Sappiamo che dopo un tiro dall’esito incerto non basta un’occhiata sul posto, ma è necessaria un’analisi accurata per avere la ragionevole certezza che non si sia toccato l’animale.
Il rilevo di una goccia di sangue, comporta la ricerca del capo, che se non si risolve entro una distanza ragionevole, implica certamente la richiesta di intervento del cane da traccia.
Quando ho sostenuto l’esame per l’abilitazione come conduttore di cane da traccia, pensavo proprio a tutto ciò e non certo a mettere una pezza a dei tiri approssimativi!
I tiri con l’arco, effettuati da cacciatori responsabili, non sono una prova di abilità della quale vantarsi con gli amici, magari proclamando distanze di tiro improbabili, ma sono la prova della nostra abilità nel saper insidiare un selvatico accorciando il più possibile la distanza, per un colpo subito letale.
A mio avviso un bravo cacciatore con l’arco tira a 10 metri, un bravo tiratore sportivo tira bene a 60 metri. Ma sono due cose diverse.